The dancer

Il bar Argo era ormai chiuso da tempo e quasi sepolto dalla sabbia e dal guano dei pellicani. Butto giù l’ultimo quarto di bottiglia di quella merda di vodka polacca e guardò il mare della Tracia sprofondare nel buio di una notte pronta a esplodere. Lanciò la bottiglia alle sue spalle, addosso a Alexandrupoli che se ne fotteva di un’altra, eventuale, minima cicatrice. Se aveva imparato una cosa dai macedoni era l’arte di diventare invisibile e di nascondere qualsiasi ferita. Il cuore esiste solo per l’oggi e il domani è solo il lancio di una moneta, la via di fuga migliore per il passato. Chiuse gli occhi e la vide ancora una volta cantargli quella canzone e ballare sulla spiaggia, davanti a lui. Lei non era sua. Era lui, orbo di un occhio e cicatrici da marinaio russo in testa e testa da pugile russo suonato, ad essere suo. Lei cantava quelle parole in inglese e in italiano “He said dance for me, fanciulla gentile” mentre l’Egeo l’accoglieva come una figlia e il respiro di Poseidone era caldo e tranquillo. Lui la seguì, le onde portarono tutti e due nel profondo, la Turchia bruciava in lontananza. Poi gli anni passarono e il suo cuore si riempì di promesse che tradì anno dopo anno, di vodka scadente e di un dolore senza più sentimento. Aprì gli occhi. Le onde si fermarono e il mare lo accolse come una madre perduta o una vecchia amante il cui unico desiderio è avere qualcuno che capisca la sua immane tragedia. Il mare è un qualcosa che ti parla da quando nasci, se decide di parlati, pensò mentre scendeva in quella pozza misteriosa di Mediterraneo. Chissà se gli avrebbe finalmente parlato dei suoi segreti, nascosti tra le pieghe di quel grido muto, come un sussulto continuo, come un’anima nella centrifuga del cosmo, come il picchiare continuo delle correnti marine che dà il ritmo a un’eterna canzone.

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