La guerra prima della guerra

La pioggia cadeva come in un quadro di Cortès, metodica e senza sosta. La luce di riflesso del pallido sole, mischiata con quella artificiale dei supermercati e delle auto, rendeva il paesaggio quasi accettabile. La pioggia scoloriva quel quadro di un’altra epoca che era la città. Un’epoca triste e passata, sporcata dalla modernità ma che nel profondo manteneva il suo carattere di gabbia. La remissione verso la prigione si vedeva nell’occhio gonfio e liquido del barbone che viveva curvo all’angolo tra viale Milano e viale Firenze, nella sua assenza totale di parole e nella sua cruda e opaca visione del mondo che, priva di ipocrisie, era la stessa degli abitanti della città. Quegli abitanti che ogni giorno si trascinavano in lavori a loro assolutamente sconosciuti rispetto alla funzione che avevano nella gestione sociale. Impiegati, insegnanti, tecnici dell’oro e spacciatori di classe medio-alta, i quali erano essenziali agli altri per far mantenere loro il ritmo o addormentare il vuoto, laddove la chimica farmaceutica non poteva arrivare. Il giardino dei divertimenti  per i più piccoli era il parco centrale, trasformato in piccola foresta di negri con droga dozzinale venduta per strada. Protetti dal loro guscio del ghetto, salutavano e proponevano la loro merce a chiunque, sotto gli sguardi lontani di rimprovero di piccoli borghesi. Nei caffè e nei bar coppie di vecchi commercianti, che  un tempo avevano fatto fortuna vendendo scarti di lavorazione di vestiti in piazza, si prodigavano in commenti razzisti, invocando torture medievali e pena di morte per chi, comunque morti al pari di loro, non era allineato ai canoni della loro cella. Uomini con il parrucchino in testa e mogli senza più sesso, ritoccate da chirurgie estetiche a basso costo e dozzinali, aspettavano il trapasso orgogliosi ma perennemente in ansia quando arrivava il castelletto del loro conto corrente. La banca locale, dove mettevano i soldi arraffati in fretta durante un boom tardivo, era andata in malora non prima di aver rubato a tutti un sacco di soldi. Il potere si riprende sempre con gli interessi quello che elargisce. Il mito delle transazioni e del sogno italiano come copia sbiadita di quello americano era troppo forte come attrattiva per una società da sempre immobile, stanziale e contadina. Quel tipo di contadini che avevano bruciato la loro terra con la scusa del potere, che avevano trasformato le loro campagne e i loro figli in mattoni, cromo e petrolio ed erano passati dal padronato della mezzadria a quello delle banche, rivedendo con orrore un attimo la miseria, giusto qualche minuto prima di una salvezza effimera. Quel mito puzzava di scoregge dentro corpi invano ripuliti dietro attività sportive, macchine pulite e movimenti sempre schematizzati come qualsiasi pensiero. Tutto il flusso del nulla passava attraverso schermi di cellulari più che di computer, il controllo su ogni azione umana era oramai totale, anche in forma impercettibile. E nel freddo di quella esistenza desolata il panorama che cesellava vite troppo brevi, anche se tenute in vita dall’industria farmaceutica, era un cielo gonfio di piombo. La guerra, al pari del potere, trova sempre il modo di riprendersi indietro la vita. Celine, negli ultimi anni della sua vita, ripeteva che la guerra è una condizione irresistibile per il senso di morte dell’essere umano. Anche la guerra si era però allineata ai tempi della muta comunicazione globale e nessuno riusciva più a trarre delle conclusioni sull’esistenza mettendo la propria pelle in qualsiasi tipo di trincea. Farlo, non avrebbe portato a niente. Nessun sacrificio avrebbe dato un impulso diverso alle troppo alte onde oceaniche del fallimento umano, che sembravano andare verso il nulla. Montagne d’acqua, di pensiero liquido. Un maremoto che, avendo travolto tutti, non poteva travolgere più nessuno. Chi viveva a filo dell’acqua, chi in apnea e chi invece lentamente e inesorabilmente affogava. Morendo tutti, chi velocemente, chi lentamente, chi tra le urla  del vuoto, chi tra i sogni febbricitanti della morfina, senza più cercare l’amuleto del senso, ormai affondato e spezzato in un abisso irraggiungibile. 

In copertina: Théodore Géricault Gli Alienati

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